Accompagnare
Accompagnare…
È come una danza.
Devo cercare di tenere il tuo passo, rimanendo me.
Se acceleri, accelero.
Se rallenti, rallento.
E se diventa troppo, posso provare a mostrartelo, con delicatezza.
Sono accanto.
Non dietro, non davanti.
Guidare non è condurre.
È provare a tenere un lume acceso:
non per indicare la strada, ma per farti vedere che una piccola luce c’è.
È sentire il tuo respiro e cercare di sintonizzarsi.
Non sarà mai lo stesso respiro,
ma possiamo provare a farlo insieme.
Accompagnare significa non lasciare soli.
Rispettare i tempi, i toni.
Quando si deve attraversare una tempesta – perché non c’è scelta –
nessuno può dirti cosa devi o non devi fare.
Può solo stare accanto
e provare a farti intravedere che, anche dentro il buio,
un colore può esserci.
E che forse, un giorno, lo ritroverai anche fuori.
Dobbiamo tenere la distanza?
Distanza da cosa?
Come pensi di attraversare con me l’inferno della tempesta
se vuoi restare distante,
se hai paura di abbracciarmi,
di sentire l’odore della mia stessa aria?
L’unica distanza possibile
è quella che impedisce di confondersi.
Per stare accanto non puoi permetterti di fonderti con l’altro,
di perderti nell’altro.
Ma se pensi di poter accompagnare da lontano,
quella non è cura.
È forse l’arroganza – o l’egoismo –
di credere di sapere
senza aver davvero conosciuto.

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