RESTARE NEL DOLORE. LA cura che non si vede.


Restare nel dolore. La cura che non si vede

Ci sono esperienze che non possono essere spiegate, solo attraversate.

E ci sono parole che non nascono per raccontare, ma per restituire senso a ciò che, altrimenti, resterebbe frammento.

La medicina narrativa, per me, è questo spazio:
un luogo in cui il vissuto prende forma, in cui il dolore può essere accolto senza essere corretto, in cui la relazione diventa cura, anche quando non può guarire.

Questo è un frammento di quel luogo.


Riesco a scrivere solo ora.

Ci sono giorni in cui le parole non arrivano subito.
Hanno bisogno di tempo per attraversare il corpo, per sedimentarsi, per trovare una forma che non tradisca ciò che è stato vissuto.

Qualche giorno fa è arrivata una conferma che, in fondo, era già presente tra le righe del tempo.
Eppure, anche quando sai, ci sono verità che restano difficili da ascoltare.
E ancora più difficili da pronunciare ad alta voce.

Quel pomeriggio qualcuno aveva bisogno di parlare.
E io sapevo di dover essere lì.

Ascoltare e restare dentro un dolore che non ha nome, che non dovrebbe esistere, è un’esperienza che ogni volta ti attraversa da capo.
Non ci si abitua.
Non si diventa immuni.

Ti svuota.
Di energia, di certezze, di senso.

Rimani lì, quasi in apnea.
Accanto.
Senza poter togliere nulla a quel carico, ma cercando, almeno per un tratto, di sostenerlo insieme.
Di condividere il peso.
Di far sentire l’altro meno solo.

E poi arriva il bisogno di andare.
Di prendere aria.
Di ritrovare il proprio respiro.

Ritrovare se stessi.
Un senso, anche quando sembra non esserci.
Ricomporre il corpo, lo spazio, le energie.

Solo dopo questo tempo diventa possibile raccontare.

C’è stata una scelta.
Lucida, consapevole, profondamente amorevole.
Scegliere la casa.
Le proprie cose.
Gli affetti più vicini.

Scegliere di vivere il tempo che resta con dignità.
E, per quanto possibile, con gioia.

In questa scelta c’è qualcosa di essenziale.
Qualcosa che parla di cura in una forma diversa, ma altrettanto potente.

E poi ci sono legami che si trasformano.
Affidamenti silenziosi, parole semplici che contengono mondi:
il bisogno di non essere soli, di poter contare su qualcuno quando le forze non bastano.

E, a volte, accade qualcosa di difficile da spiegare.
Due persone si scrivono nello stesso momento.
Come se un filo invisibile le tenesse unite.

Oltre lo spazio.
Oltre il tempo.
Oltre i ruoli.

“Come va?”
“Come state?”

E la risposta arriva, semplice, piena:

“È felice.
Grazie.”

Grazie.

Ci sono parole che non aggiungono, non spiegano.
Ma tengono insieme.

E forse, in certi momenti, è tutto ciò che serve.

Angela Militello

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