Comunicare una cattiva Notizia


 Comunicare una cattiva notizia


È sempre difficile.

Chi deve comunicare si sente portatore — o a volte addirittura causa — di un dolore, anche se in realtà non è così.

Nel mio lavoro mi è capitato spesso di trovarmi davanti a questo momento: a volte come testimone di notizie difficili, altre volte come voce che deve pronunciare.


Quel peso ti attraversa.

È dolore, è fatica.

Allora cerchi le parole migliori che esistano: per dire la verità, ma senza togliere la speranza.

Cerchi soprattutto di esserci — di ascoltare, di guardare, di accogliere.


Guai a sfuggire lo sguardo.

Guai a sfuggire la responsabilità di restare, anche se questo significa essere il primo bersaglio di quella spada che urla aiuto e sofferenza.


Credo sia una delle cose più difficili, non solo per un medico o uno psicologo, ma per ogni essere umano:

stare ed esserci.


E forse è proprio lì, in quel silenzio condiviso, che nasce la forma più autentica di cura:

non nelle parole perfette, ma nella presenza che non scappa,

nel cuore che resta.

Angela Militello 

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